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KNOWLEDGE 4 POSITIVE IMPACT
Attraverso articoli, video, interviste e podcast, realizzati in collaborazione con la nostra Faculty e Community POLIMI GSoM, affronteremo temi cruciali come purpose, innovazione e sostenibilità. Il nostro obiettivo è ispirare leader di domani a promuovere il cambiamento e contribuire a fare la differenza per un futuro più sostenibile.


La Last-Mile Delivery – l’ultimo tratto del processo di consegna degli ordini online, dall’ultimo nodo della rete del corriere al cliente finale – costituisce una delle sfide più complesse e cruciali della logistica moderna. La crescita dell’e-commerce e la necessità di ridurre l’impatto ambientale rendono questo ambito un vero e proprio laboratorio di innovazione per le aziende del settore. Sostenibilità ed efficienza, infatti, non sono più obiettivi alternativi, ma devono oggi coesistere all’interno di modelli operativi capaci di coniugare performance, riduzione delle emissioni e qualità del servizio.
A spiegarlo, in questa intervista, è Arianna Seghezzi, Direttrice dell’International Full-Time MBA di POLIMI Graduate School of Management, analizzando i trend e le soluzioni più promettenti per rendere il Last-Mile Delivery davvero sostenibile.
Quando parliamo di logistica e Last-Mile Delivery sostenibile, di cosa parliamo concretamente? Quali sono le principali sfide legate alla sostenibilità in questo ambito?
Quando parliamo di Last-Mile Delivery sostenibile, ci riferiamo alla capacità di organizzare e completare la consegna degli ordini online al cliente finale attraverso soluzioni che abbiano attenzione verso i temi di sostenibilità ambientale, senza compromettere le prestazioni e la qualità dell’esperienza di consegna.
Le sfide principali in questo ambito derivano dalle caratteristiche strutaturali della logistica legata all’e-commerce B2C: gli ordini online sono spesso frammentati, con pochi articoli per cliente e destinazioni distribuite in modo capillare sul territorio, rendendo complessa l’ottimizzazione dei percorsi di consegna. A ciò si aggiunge la possibilità di incorrere in mancate consegne, che possono generare la necessità di ulteriori tentativi di recapito e un utilizzo meno efficiente delle risorse.
Un ulteriore elemento di complessità è rappresentato dalla pressione sul livello di servizio: i clienti si aspettano consegne rapide, flessibili e spesso gratuite: fattori che rendono difficile mantenere una densità elevata dei giri di consegna.
Rendere la Last-Mile Delivery sostenibile significa dunque ripensare i modelli operativi, integrare nuove tecnologie e, soprattutto, coinvolgere attivamente anche il cliente finale. È una sfida sistemica, che richiede collaborazione lungo tutta la filiera e una forte spinta all’innovazione.
Le aziende del settore spesso devono quindi trovare un equilibrio tra efficienza e sostenibilità: quali strategie, modelli operativi e soluzioni sono oggi maggiormente efficaci per raggiungere questo obiettivo nella Last-Mile Delivery?
Siamo abituati a considerare efficienza e sostenibilità come due obiettivi contrapposti, ma nella Last-Mile Delivery in realtà non rappresentano due dimensioni antagoniste, ma sono strettamente interconnesse. Se guardiamo agli indicatori di performance – costi ed emissioni per singola consegna – ci accorgiamo che l’aumento della densità di consegna, ossia il numero di pacchi consegnati per ogni tour, genera benefici su entrambi i fronti.
Aumentare il numero di consegne per tour comporta infatti un duplice beneficio: da un lato, una maggiore efficienza operativa, con la riduzione del costo medio per consegna; dall’altro, un miglioramento della sostenibilità ambientale, con la diminuzione delle emissioni per unità consegnata.
Le strategie e i modelli operativi finalizzati all’aumento della cosiddetta densità di consegna, quali ad esempio l’ottimizzazione algoritmica dei percorsi di routing, si dimostrano pertanto strumenti efficaci non solo per accrescere la produttività, ma anche per mitigare l’impatto ambientale. Tali soluzioni testimoniano come efficienza e sostenibilità debbano e possano procedere in modo sinergico.
I parcel locker sono spesso citati come una soluzione sostenibile per la last-mile delivery. Cosa sono esattamente e in che misura contribuiscono davvero alla sostenibilità delle consegne?
I parcel locker sono sistemi automatizzati di armadietti per il ritiro e la consegna dei pacchi, collocati in punti strategici come stazioni, centri commerciali o distributori di carburante, facilmente accessibili al cliente.
Grazie a questi dispositivi, il cliente può ritirare in autonomia il proprio ordine quando preferisce, senza la necessità di riceverlo a casa. In questo modo si disaccoppiano le fasi di consegna e ritiro, migliorando l’efficienza del processo.
Uno dei principali vantaggi dei parcel locker è l’aumento della densità di consegna: in un solo punto vengono recapitati molti pacchi che altrimenti richiederebbero consegne individuali. Questo riduce drasticamente le emissioni – in alcuni casi anche oltre l’80% – e abbatte il problema delle mancate consegne, eliminando la necessità di nuovi tentativi di recapito.
I parcel locker sono quindi emblematici di come una soluzione innovativa, capace di modificare il paradigma tradizionale del giro di consegna, possa migliorare simultaneamente efficienza e sostenibilità. Inoltre, questa modalità coinvolge attivamente il cliente finale nel processo di consegna, aumentando la flessibilità e riducendo ulteriormente le inefficienze legate alle consegne mancate.
Guardando alla formazione: come si possono preparare manager e professionisti capaci non solo di gestire il Last-Mile Delivery in maniera efficace ed efficiente, ma anche di farlo in chiave sostenibile e con un Purpose chiaro e ben definito? Qual è l’impegno di POLIMI Graduate School of Management nel formare figure con questa sensibilità e preparazione?
In POLIMI Graduate School of Management lavoriamo, tra le altre, su due dimensioni centrali: la sostenibilità e il Purpose. La sostenibilità non è considerata come un tema isolato o limitato a corsi specifici, ma come un principio trasversale che permea tutte le attività formative e progettuali della scuola. È parte del nostro DNA: promuoviamo un modello di formazione responsabile, orientato a generare un impatto positivo non solo nelle organizzazioni, ma anche nella società nel suo complesso.
Allo stesso modo, il Purpose non è una dichiarazione di intenti, ma una bussola concreta che guida le scelte manageriali, sia operative che strategiche. L’obiettivo è formare professionisti in grado di prendere decisioni consapevoli, capaci di coniugare efficienza operativa, sostenibilità ambientale e valore condiviso.
In quest’ottica, POLIMI Graduate School of Management si impegna a sviluppare figure capaci di affrontare le sfide del Last-Mile Delivery con una visione ampia: manager sensibili ai temi ambientali, ma anche dotati di un forte senso di responsabilità e di un Purpose chiaro che orienti le loro decisioni verso un futuro più sostenibile.

La leadership contemporanea è dominata da un’incessante ricerca di obiettivi, KPI e risultati, spesso a discapito di qualcosa di più profondo e duraturo: il Purpose.
Sebbene i risultati offrano struttura e responsabilità, l’ossessione per il raggiungimento degli obiettivi può generare un approccio di breve periodo, burnout e una sensazione di realizzazione vuota.
Ma ecco il cambio di prospettiva che propongo: e se i risultati fossero al servizio di uno scopo più profondo, scelto in modo consapevole?
Quando i leader si connettono a un Purpose più elevato, generano un impulso che va oltre i singoli successi o fallimenti. Il Purpose porta energia, direzione e resilienza, assicurando che, anche quando un risultato non viene raggiunto, il percorso continui — radicato in una revisione consapevole, in un apprendimento costante e in un riallineamento continuo.
Spezzare il ciclo della dipendenza dai risultati
La leadership guidata dai risultati è spesso alimentata da pressioni esterne: aspettative degli investitori, richieste degli stakeholder o KPI interni.
Il problema? Quando i leader si concentrano esclusivamente su risultati misurabili, rischiano:
- Processi decisionali reattivi – Si privilegiano le vittorie a breve termine rispetto all’impatto a lungo termine.
- Cultura del burnout – Si confonde la performance continua con il vero progresso.
- Motivazione fragile – Di fronte agli ostacoli, si risponde con panico anziché discernimento.
La dinamica Scopo-Risultati: un nuovo modello di leadership
Invece di considerare i risultati come la sola misura del successo, i leader guidati dal Purpose coltivano una relazione dinamica tra scopo e risultati. Ecco come:
1. I risultati come tappe, non come traguardi finali
I leader orientati al Purpose vedono i risultati come indicatori lungo la strada, non come destinazioni. Mantengono obiettivi più alti e ampi, facendo sì che eventuali battute d’arresto alimentino adattamento e risposta, anziché innescare dubbi, colpevolizzazioni o reazioni impulsive.
Questo mindset crea una cultura di apprendimento anziché una paura del fallimento.
2. Il Purpose come fonte di energia
Se i risultati forniscono chiarezza, il Purpose offre resistenza e significato.
I team guidati da leader orientati ad uno scopo sono intrinsecamente motivati, resilienti nell’incertezza e capaci di sostenere alte performance — perché il loro lavoro è connesso a qualcosa di più profondo dei soli risultati.
3. Dal panico da performance al flusso guidato dal Purpose
La dipendenza dai risultati alimenta una leadership guidata dall’ansia, dove il successo è misurato dalla validazione esterna.
La leadership guidata dal Purpose favorisce invece un flusso in cui i team operano con profondo coinvolgimento, allineamento e chiarezza. Il risultato? Performance elevate e sostenibili, maggiore creatività e un’esperienza di leadership più appagante.
Accogliere i risultati mancati come insight strategici
Cosa accade quando un obiettivo critico non viene raggiunto?
La differenza tra un leader guidato dai risultati e un leader orientato al Purpose sta nella risposta.
- I leader guidati dai risultati reagiscono con urgenza, stress, colpa, dubbi o il bisogno di dare prova di sé stessi — spesso raddoppiando strategie rigide.
- I leader guidati dal Purpose si fermano, riflettono e si riconnettono con il proprio scopo — vedendo il risultato mancato come un segnale, non come una condanna. Estraggono insight, rivedono l’approccio e mantengono la spinta guidata dal Purpose.
I leader orientati al Purpose non solo definiscono gli obiettivi, bensì creano cultura, favoriscono un clima energico e positivo e generano un impatto significativo.

L'importanza del Purpose è un tema sempre più discusso nelle aziende moderne perché appare chiaro che non si tratta di un concetto astratto, ma rappresenta una forza tangibile che può trasformare intere organizzazioni, influenzando decisioni strategiche, cultura aziendale e la crescita personale dei dipendenti. Attraverso interviste con manager e leader aziendali all'interno del format intitolato “Purpose Pioneers Series”, Darren Rudkin, founder di The Mind At Work, esplora come il Purpose stia cambiando la percezione del lavoro e delle dinamiche nelle imprese, dalle decisioni strategiche fino alle interazioni quotidiane.
Consapevolezza ed esperienza: le chiavi del successo
Comprendere come il Purpose possa influenzare le decisioni aziendali è essenziale per qualsiasi leader moderno. Questa consapevolezza permette di creare una connessione tra la nostra vita personale e professionale, rendendo le decisioni più autentiche e mirate: “Servono consapevolezza ed esperienza – spiega Federico Frattini, Dean di POLIMI Graduate School of Manegement – Non siamo tipicamente consapevoli dei meccanismi che avvengono nella nostra mente quando si tratta di prendere decisioni sul posto di lavoro. Lasciamo spesso le nostre emozioni e valori fuori dalla porta quando entriamo in ufficio. Comprendere e sperimentare come il Purpose influisca su di noi è essenziale per acquisire una forza che ci permetta di affrontare le sfide quotidiane”.
Il Purpose opera in profondità e, per questo motivo, bisogna prestare attenzione a come lo stato d'animo possa influenzare l'efficacia delle decisioni aziendali. In questo modo si può agire in maniera più propositiva, aumentando la coesione del team: “Quando noi come team siamo concentrati – commenta Carsten Egeriis, CEO di Danske Bank – in uno stato in cui siamo consapevoli del Purpose, i livelli di energia, l'efficienza, l'efficacia, come gli altri ci vedono, è senza paragoni. Abbiamo più energia, ma se fosse facile tutti lo farebbero. Invece è qualcosa su cui devi investire continuativamente, in cui puoi migliorare sempre di più”.
Hermann Niebuhr, un artista che si esprime attraverso i suoi dipinti, offre un parallelo tra l'arte e il business. Nel paragonare il processo decisionale in azienda alla creazione artistica, dove ogni scelta influenza la successiva, il Purpose ben definito permette di prendere decisioni che non solo risolvono problemi immediati, ma aprono anche nuove possibilità. "I dipinti – spiega – sono una serie di decisioni. Un Purpose chiaro ci permette di prendere decisioni espansive che risolvono problemi futuri e creano nuove opportunità".
Espansione delle possibilità: il ruolo del Purpose nelle decisioni
Nel corso delle sue interviste, Darren Rudkin nota che i leader aziendali sono molto addestrati a concentrarsi sui problemi delle diverse realtà e non sono altrettanto pronti a concentrarsi su sé stessi e a comprendere quanto sono connessi nel raggiungimento di uno scopo. “In molte occasioni – aggiunge Caoire Blakemore, Group Director A.F. Blakemore & Son – si tratta anche di essere davvero onesti su qual è lo scopo, perché a volte può essere uno scopo molto limitato. Si tratta di essere propositivi, ma anche di essere consapevoli di qual è il tuo proposito e come si collega a quello più grande”.
Quello che emerge con sempre maggiore chiarezza è come il Purpose sia un catalizzatore di cambiamenti positivi che va oltre la semplice missione aziendale, influenzando profondamente le decisioni e la cultura organizzativa. Attraverso la consapevolezza e la connessione con il proprio Purpose, le aziende possono non solo migliorare la loro performance ma anche creare un impatto duraturo e significativo nelle comunità in cui operano. Gary Lubner, ex CEO di Belron International, sottolinea l'importanza di essere consapevoli del proprio stato interiore per poter operare in linea con il proprio Purpose. Essere propositivi richiede disciplina e autoconsapevolezza, capacità di ascoltarsi e responsabilità di riconoscere che il nostro stato non dipende dall'esterno ma da noi stessi. “Non puoi essere – conclude Lubner – in uno stato propositivo tutto il tempo. Bisogna cercare di capire in che stato emotivo ci si trova. Se si è effettivamente disciplinati e in grado di ascoltare gli indizi, comprendere i motivi di irritazione o impazienza, allora puoi avere una leadership”. In un mondo aziendale in continua evoluzione, il Purpose si rivela quindi non solo come una risorsa strategica, ma come il vero motore di una trasformazione interna.
Il Purpose come elemento cardine della formazione manageriale
Il Purpose non è solo il motore di imprese e istituzioni. Il suo ruolo cardine è trasversale all'interno di tutta la nostra offerta formativa ed è centrale all'interno dell'International Full Time MBA. I Master e i corsi che POLIMI GSoM offre hanno nel proprio DNA la consapevolezza del ruolo crescente all'interno della società di manager, imprenditori e leader che non solo sono chiamati a guidare aziende ed enti nel modo migliore soddisfacendo i risultati economici ma anche a contribuire a dare forma ad un futuro migliore.

Negli ultimi anni, la Last-Mile Delivery – o consegna dell’ultimo miglio – è diventata uno dei temi più centrali e dibattuti nel mondo della logistica. L’aumento esponenziale dell’e-commerce, le aspettative dei consumatori in termini di rapidità e flessibilità e le sfide legate alla sostenibilità stanno trasformando profondamente le modalità con cui i prodotti raggiungono il cliente finale. La consegna non è più solo una fase operativa, ma un vero e proprio fattore competitivo strategico, in grado di influenzare la soddisfazione del cliente e la reputazione dell’azienda.
Per approfondire questi aspetti e comprendere come tecnologie emergenti e nuove competenze stiano ridefinendo il settore, abbiamo intervistato Arianna Seghezzi, Direttrice dell’International Full-Time MBA di POLIMI Graduate School of Management, esperta dei processi di innovazione nella supply chain e nella logistica dell’ultimo miglio.
Che cosa si intende esattamente per Last-Mile Delivery e perché questo tema è diventato così centrale nella logistica moderna?
La Last-Mile Delivery, o consegna ultimo miglio, rappresenta l’ultimo tratto della fase di consegna: quella in cui gli ordini effettuati online vengono recapitati al cliente finale, a casa o presso un punto di ritiro selezionato. Tradizionalmente, questa attività è svolta tramite van che partono dall’ultimo nodo della rete distributiva dei corrieri e percorrono i cosiddetti delivery tour, toccando in sequenza diverse destinazioni.
La centralità della Last-Mile Delivery nella logistica moderna si fonda su due dimensioni fondamentali. Da un lato, l’esplosione dell’e-commerce ha generato, e continua a generare, un incremento dei volumi di pacchi da consegnare, rendendo questa fase della distribuzione sempre più cruciale per garantire un servizio rapido, preciso ed efficiente. Dall’altro lato, la consegna ultimo miglio è il momento di contatto diretto con il cliente finale: è qui che si concretizza l’esperienza d’acquisto. La qualità e la puntualità del servizio incidono in modo determinante sulla soddisfazione e sulla fidelizzazione del consumatore. Per questo, oggi, la Last-Mile Delivery è una leva strategica per la competitività delle imprese e al tempo stesso un processo complesso da gestire, non solo per motivi economici, ma anche per il suo impatto sulla sostenibilità ambientale.
Quali sono le principali complessità e criticità che rendono la Last-Mile Delivery una fase particolarmente sfidante?
Le sfide principali riguardano sia l’efficacia, cioè la qualità del servizio al cliente, sia l’efficienza, quindi il contenimento dei costi operativi. Dal punto di vista dell’efficacia, i clienti online sono oggi estremamente esigenti: si aspettano consegne sempre più rapide e puntuali, spesso senza voler sostenere costi aggiuntivi. La gratuità della spedizione è infatti ormai percepita come uno standard, ma questo rende ancora più sfidante per le aziende raggiungere livelli di servizio elevatissimi mantenendo al tempo stesso la sostenibilità economica.
Sul piano dell’efficienza, la Last-Mile Delivery è la parte più costosa della catena logistica: può arrivare a incidere fino al 50% del costo totale di distribuzione. Questo perché gli ordini online sono spesso frammentati, composti da pochi articoli e destinati a punti geografici dispersi. Si genera così un problema logistico completamente nuovo rispetto alla distribuzione tradizionale, con un’elevata variabilità e una scarsa standardizzazione delle unità di consegna.
Un’ulteriore criticità introdotta dalla Last-Mile delivery è rappresentata dalle cosiddette failed deliveries, ovvero le consegne mancate a causa dell’assenza del cliente al momento dell’arrivo del corriere. Ogni consegna fallita implica un nuovo tentativo, aumentando tempi, costi e impatti ambientali.
Tutti questi elementi, tra gli altri, rendono la Last-Mile Delivery una delle fasi più complesse e sfidanti dell’intera supply chain moderna.
Guardando all’evoluzione del settore, quali sono oggi i principali trend che stanno impattando la Last-Mile Delivery e in che modo tecnologie e soluzioni emergenti stanno contribuendo a ottimizzarlo?
Proprio per rispondere a queste complessità, gli operatori del settore stanno sperimentando approcci innovativi e soluzioni tecnologiche sempre più diversificate. Tra le più diffuse troviamo i parcel locker, armadietti automatici che consentono al cliente di ritirare autonomamente il proprio pacco in qualsiasi momento, riducendo il problema delle consegne mancate (ma anche aumentando drasticamente la densità di consegna). Si stanno diffondendo anche le cargo bike, biciclette a pedalata assistita dotate di vani di carico, ideali per le aree urbane o per le zone con accesso limitato ai veicoli tradizionali.
Accanto a queste soluzioni, stanno emergendo tecnologie più avveniristiche come i droni per la consegna aerea, e i robot autonomi che percorrono marciapiedi e aree pedonali per recapitare i pacchi. Un’altra innovazione interessante è la in-trunk delivery, che consente di lasciare il pacco direttamente nel bagagliaio dell’auto del cliente grazie a sistemi GPS e sensori intelligenti.
Tutte queste soluzioni, per quanto diverse tra loro, condividono un tratto comune: la centralità dell’innovazione tecnologica. Dall’intelligenza artificiale per l’ottimizzazione dei percorsi, fino ai sistemi di automazione e robotica, la tecnologia sta trasformando radicalmente il paradigma della Last-Mile Delivery, rendendola più efficiente, sostenibile e centrata sul cliente.
Dal punto di vista delle competenze: quali conoscenze sono ormai imprescindibili per lavorare efficacemente in questo settore? E in che modo POLIMI Graduate School of Management supporta la formazione di manager e professionisti preparati in questo ambito?
Le sfide della Last-Mile Delivery richiedono oggi una combinazione di competenze operative e tecnologiche. Da un lato, la complessità dei processi impone solide capacità di problem solving e un mindset analitico capace di interpretare dati complessi, ottimizzare i flussi e gestire in modo dinamico le variabili che incidono su tempi, costi e qualità del servizio. Dall’altro, l’evoluzione tecnologica del settore richiede una spiccata propensione all’innovazione e la conoscenza delle principali soluzioni digitali e automatizzate che stanno rivoluzionando la logistica.
In questo senso, POLIMI Graduate School of Management forma manager e professionisti in grado di affrontare entrambe queste sfide. Grazie al legame con il Politecnico di Milano, la scuola integra una solida formazione tecnica con un approccio manageriale aperto all’innovazione. I percorsi didattici promuovono la conoscenza e l’applicazione concreta di strumenti come l’intelligenza artificiale, la robotica e più in generale l’automatizione, preparando figure capaci di combinare rigore analitico e creatività progettuale.
L’obiettivo è sviluppare professionisti completi, pronti a guidare la trasformazione della Last-Mile Delivery verso un futuro più efficiente, sostenibile e tecnologicamente avanzato.

Nel dibattito contemporaneo sull’innovazione, poche parole chiave sono evocative quanto “design thinking” e “sostenibilità”. Due concetti spesso trattati separatamente, ma che oggi si intrecciano in modo sempre più profondo, dando vita a una nuova visione di impresa e di progresso. La crescente urgenza di affrontare le sfide ambientali e sociali ci impone di ripensare il modo in cui innoviamo: non più con approcci lineari e predittivi, ma attraverso metodi capaci di accogliere la complessità, valorizzare la creatività e generare impatto positivo a lungo termine.
È qui che entra in gioco il design thinking. Nato come metodo per progettare esperienze utente efficaci e prodotti funzionali, oggi questo approccio si è evoluto fino a diventare uno strumento potente per affrontare problemi sistemici. Quando applicato in modo consapevole, il design thinking non è più solo una tecnica, ma un modo di guardare il mondo, di porsi le domande giuste, di ripensare i modelli di business per rispondere a bisogni reali, anziché generarne di fittizi. Diventa così un alleato strategico nell’innovazione sostenibile.
In questo contesto, il ruolo del purpose – inteso come direzione valoriale profonda dell’impresa – e la formazione di manager capaci di coniugare sensibilità ambientale e visione imprenditoriale assumono un’importanza cruciale. Per esplorare a fondo questi temi, abbiamo intervistato Stefano Magistretti, Direttore del Master in Entrepreneurship and Design for Sustainability di POLIMI Graduate School of Management.
Secondo il World Economic Forum, la transizione verso modelli di business sostenibili potrebbe generare opportunità per oltre 10 trilioni di dollari l’anno e creare 395 milioni di posti di lavoro entro il 2030. Come possiamo cogliere al meglio queste opportunità nel campo dell’innovazione sostenibile e del design thinking? Può farci degli esempi?
Torno indietro di circa vent’anni, al TED Talk di Tim Brown – uno dei padri del design thinking – quando affermava che il design non può più limitarsi all’estetica, ma deve occuparsi di problemi complessi e rilevanti. L’opportunità è enorme, ma ciò che conta davvero è capire come possiamo contribuire in modo concreto alla sostenibilità, senza rincorrere cifre, ma costruendo visioni solide e impattanti. Il punto centrale è che il design thinking, se usato in modo consapevole, può aiutarci a intercettare problemi autentici, evitando di progettare soluzioni inutili o ridondanti. È un cambio di prospettiva importante. Se utilizziamo il design thinking solo perché “va di moda”, rischiamo di produrre innovazione di superficie, mentre se lo adottiamo con l’obiettivo di indagare in profondità i bisogni reali – ambientali, sociali, economici – allora può diventare un vero catalizzatore di sostenibilità.
Nel design thinking, il concetto di “framing e reframing” è fondamentale: significa imparare a porsi le domande giuste, a mettere in discussione le premesse, a capire se il problema che vogliamo risolvere è davvero il problema centrale o solo un sintomo. Questo processo critico ci aiuta a evitare derive consumistiche – come l’introduzione di un nuovo prodotto solo perché c’è una richiesta apparente – e ci porta invece a soluzioni essenziali, semplici, e realmente funzionali.
Ci sono esempi di aziende che hanno puntato su un’offerta ridotta, trasparente, semplificata: invece di centinaia di combinazioni di prodotto, hanno scelto pochi modelli standardizzati. Questo non solo ha ridotto la complessità industriale, ma ha anche abbattuto il carico ambientale e migliorato l’esperienza dell’utente. Scegliere di fare meno ma meglio, in un’epoca di iper-personalizzazione, è un atto di coraggio imprenditoriale. È una visione strategica che guarda alla sostenibilità come leva di valore.
Quali metodologie e strumenti sono necessari per trasformare queste visioni in progetti concreti e in imprese capaci di coniugare sostenibilità ambientale e redditività? In che modo il design thinking può guidare lo sviluppo di soluzioni innovative che abbiano un impatto positivo sulla società e sul pianeta?
Il primo passo è includere il pianeta come uno degli “human” del sistema. Sembra una provocazione, ma non lo è: il pianeta, come ogni utente, può essere osservato. Non parla, ma comunica attraverso dati, evidenze, impatti. Rappresenta uno “stakeholder” del progetto di design thinking. Se iniziamo a considerare anche le risorse naturali come attori del nostro ecosistema progettuale, introduciamo dei vincoli che – lungi dall’essere ostacoli – diventano catalizzatori di innovazione. Il design thinking può aiutarci a leggere questi vincoli non come limitazioni, ma come stimoli creativi.
Quando progettiamo tenendo conto delle risorse scarse, dei limiti ambientali, della sostenibilità sociale, non possiamo più permetterci soluzioni “standard”. Dobbiamo immaginare nuove configurazioni di valore. Se, ad esempio, una determinata soluzione richiede un alto impiego di terre rare, ma queste sono difficili da reperire o il loro sfruttamento ha un impatto devastante, il design thinking ci invita a cercare alternative sostenibili, a ripensare il modello di business, a innovare anche nelle fondamenta.
Dal punto di vista metodologico, non esiste una ricetta unica. La vera chiave è nella capacità di farsi le domande giuste. In aula lo ripeto spesso: se esistesse un metodo infallibile, saremmo tutti milionari nel settore della sostenibilità. La realtà è che servono consapevolezza, visione e una forte connessione con i valori. Alcune aziende hanno fatto del benessere dei dipendenti o della bellezza degli ambienti di lavoro il proprio purpose, accettando di spendere di più per creare valore reale e duraturo. Questo tipo di coerenza si trasmette nei prodotti, nei servizi, nel modo in cui l’azienda si relaziona al mondo. E nasce da una domanda: “Che impatto voglio avere?”. Il design thinking ti aiuta a trovare risposte.
Come si può costruire una mentalità imprenditoriale che veda nella sostenibilità non un limite, ma un’opportunità di valore da cogliere attraverso il giusto approccio al design thinking? Quali strategie formative possono aiutare a sviluppare questo tipo di mindset e purpose nelle nuove generazioni?
La sostenibilità non deve essere vissuta come un problema da risolvere, ma come un terreno fertile per generare opportunità. In aula cerchiamo di cambiare la narrativa, spostando l’attenzione dal rischio alla possibilità. Non si tratta solo di spiegare l’impatto negativo delle risorse esauribili, ma di chiedersi: “Quale nuova soluzione possiamo creare per affrontare questo problema in modo sostenibile?”. È un modo diverso di insegnare, che stimola creatività e responsabilità.
In POLIMI Graduate School of Management, lavoriamo molto sul concetto di purpose e sulla formazione di una mentalità imprenditoriale sostenibile. Organizziamo cicli di incontri con imprenditori e manager che hanno fatto del purpose il cuore della loro azienda. Li chiamiamo “Purpose Pioneers”. Alcuni lavorano sulla bellezza, altri sulla missione sociale, altri ancora sulla trasparenza e l’inclusione. I nostri studenti – junior e senior – ascoltano queste storie, si confrontano, si pongono domande, iniziano a immaginare un loro percorso.
Nel nostro Master in Entrepreneurship and Design for Sustainability, gli studenti partecipano inoltre a sfide globali come ChangeNOW e Climate Fresk. Sono esperienze pratiche che li mettono alla prova su problemi reali, su scala internazionale. Non si tratta solo di apprendere metodologie, ma di allenare il mindset: saper affrontare l’incertezza, ragionare in modo sistemico, lavorare in team multidisciplinari. Tutto questo costruisce consapevolezza e visione.






La Last-Mile Delivery – l’ultimo tratto del processo di consegna degli ordini online, dall’ultimo nodo della rete del corriere al cliente finale – costituisce una delle sfide più complesse e cruciali della logistica moderna. La crescita dell’e-commerce e la necessità di ridurre l’impatto ambientale rendono questo ambito un vero e proprio laboratorio di innovazione per le aziende del settore. Sostenibilità ed efficienza, infatti, non sono più obiettivi alternativi, ma devono oggi coesistere all’interno di modelli operativi capaci di coniugare performance, riduzione delle emissioni e qualità del servizio.
A spiegarlo, in questa intervista, è Arianna Seghezzi, Direttrice dell’International Full-Time MBA di POLIMI Graduate School of Management, analizzando i trend e le soluzioni più promettenti per rendere il Last-Mile Delivery davvero sostenibile.
Quando parliamo di logistica e Last-Mile Delivery sostenibile, di cosa parliamo concretamente? Quali sono le principali sfide legate alla sostenibilità in questo ambito?
Quando parliamo di Last-Mile Delivery sostenibile, ci riferiamo alla capacità di organizzare e completare la consegna degli ordini online al cliente finale attraverso soluzioni che abbiano attenzione verso i temi di sostenibilità ambientale, senza compromettere le prestazioni e la qualità dell’esperienza di consegna.
Le sfide principali in questo ambito derivano dalle caratteristiche strutaturali della logistica legata all’e-commerce B2C: gli ordini online sono spesso frammentati, con pochi articoli per cliente e destinazioni distribuite in modo capillare sul territorio, rendendo complessa l’ottimizzazione dei percorsi di consegna. A ciò si aggiunge la possibilità di incorrere in mancate consegne, che possono generare la necessità di ulteriori tentativi di recapito e un utilizzo meno efficiente delle risorse.
Un ulteriore elemento di complessità è rappresentato dalla pressione sul livello di servizio: i clienti si aspettano consegne rapide, flessibili e spesso gratuite: fattori che rendono difficile mantenere una densità elevata dei giri di consegna.
Rendere la Last-Mile Delivery sostenibile significa dunque ripensare i modelli operativi, integrare nuove tecnologie e, soprattutto, coinvolgere attivamente anche il cliente finale. È una sfida sistemica, che richiede collaborazione lungo tutta la filiera e una forte spinta all’innovazione.
Le aziende del settore spesso devono quindi trovare un equilibrio tra efficienza e sostenibilità: quali strategie, modelli operativi e soluzioni sono oggi maggiormente efficaci per raggiungere questo obiettivo nella Last-Mile Delivery?
Siamo abituati a considerare efficienza e sostenibilità come due obiettivi contrapposti, ma nella Last-Mile Delivery in realtà non rappresentano due dimensioni antagoniste, ma sono strettamente interconnesse. Se guardiamo agli indicatori di performance – costi ed emissioni per singola consegna – ci accorgiamo che l’aumento della densità di consegna, ossia il numero di pacchi consegnati per ogni tour, genera benefici su entrambi i fronti.
Aumentare il numero di consegne per tour comporta infatti un duplice beneficio: da un lato, una maggiore efficienza operativa, con la riduzione del costo medio per consegna; dall’altro, un miglioramento della sostenibilità ambientale, con la diminuzione delle emissioni per unità consegnata.
Le strategie e i modelli operativi finalizzati all’aumento della cosiddetta densità di consegna, quali ad esempio l’ottimizzazione algoritmica dei percorsi di routing, si dimostrano pertanto strumenti efficaci non solo per accrescere la produttività, ma anche per mitigare l’impatto ambientale. Tali soluzioni testimoniano come efficienza e sostenibilità debbano e possano procedere in modo sinergico.
I parcel locker sono spesso citati come una soluzione sostenibile per la last-mile delivery. Cosa sono esattamente e in che misura contribuiscono davvero alla sostenibilità delle consegne?
I parcel locker sono sistemi automatizzati di armadietti per il ritiro e la consegna dei pacchi, collocati in punti strategici come stazioni, centri commerciali o distributori di carburante, facilmente accessibili al cliente.
Grazie a questi dispositivi, il cliente può ritirare in autonomia il proprio ordine quando preferisce, senza la necessità di riceverlo a casa. In questo modo si disaccoppiano le fasi di consegna e ritiro, migliorando l’efficienza del processo.
Uno dei principali vantaggi dei parcel locker è l’aumento della densità di consegna: in un solo punto vengono recapitati molti pacchi che altrimenti richiederebbero consegne individuali. Questo riduce drasticamente le emissioni – in alcuni casi anche oltre l’80% – e abbatte il problema delle mancate consegne, eliminando la necessità di nuovi tentativi di recapito.
I parcel locker sono quindi emblematici di come una soluzione innovativa, capace di modificare il paradigma tradizionale del giro di consegna, possa migliorare simultaneamente efficienza e sostenibilità. Inoltre, questa modalità coinvolge attivamente il cliente finale nel processo di consegna, aumentando la flessibilità e riducendo ulteriormente le inefficienze legate alle consegne mancate.
Guardando alla formazione: come si possono preparare manager e professionisti capaci non solo di gestire il Last-Mile Delivery in maniera efficace ed efficiente, ma anche di farlo in chiave sostenibile e con un Purpose chiaro e ben definito? Qual è l’impegno di POLIMI Graduate School of Management nel formare figure con questa sensibilità e preparazione?
In POLIMI Graduate School of Management lavoriamo, tra le altre, su due dimensioni centrali: la sostenibilità e il Purpose. La sostenibilità non è considerata come un tema isolato o limitato a corsi specifici, ma come un principio trasversale che permea tutte le attività formative e progettuali della scuola. È parte del nostro DNA: promuoviamo un modello di formazione responsabile, orientato a generare un impatto positivo non solo nelle organizzazioni, ma anche nella società nel suo complesso.
Allo stesso modo, il Purpose non è una dichiarazione di intenti, ma una bussola concreta che guida le scelte manageriali, sia operative che strategiche. L’obiettivo è formare professionisti in grado di prendere decisioni consapevoli, capaci di coniugare efficienza operativa, sostenibilità ambientale e valore condiviso.
In quest’ottica, POLIMI Graduate School of Management si impegna a sviluppare figure capaci di affrontare le sfide del Last-Mile Delivery con una visione ampia: manager sensibili ai temi ambientali, ma anche dotati di un forte senso di responsabilità e di un Purpose chiaro che orienti le loro decisioni verso un futuro più sostenibile.

La leadership contemporanea è dominata da un’incessante ricerca di obiettivi, KPI e risultati, spesso a discapito di qualcosa di più profondo e duraturo: il Purpose.
Sebbene i risultati offrano struttura e responsabilità, l’ossessione per il raggiungimento degli obiettivi può generare un approccio di breve periodo, burnout e una sensazione di realizzazione vuota.
Ma ecco il cambio di prospettiva che propongo: e se i risultati fossero al servizio di uno scopo più profondo, scelto in modo consapevole?
Quando i leader si connettono a un Purpose più elevato, generano un impulso che va oltre i singoli successi o fallimenti. Il Purpose porta energia, direzione e resilienza, assicurando che, anche quando un risultato non viene raggiunto, il percorso continui — radicato in una revisione consapevole, in un apprendimento costante e in un riallineamento continuo.
Spezzare il ciclo della dipendenza dai risultati
La leadership guidata dai risultati è spesso alimentata da pressioni esterne: aspettative degli investitori, richieste degli stakeholder o KPI interni.
Il problema? Quando i leader si concentrano esclusivamente su risultati misurabili, rischiano:
- Processi decisionali reattivi – Si privilegiano le vittorie a breve termine rispetto all’impatto a lungo termine.
- Cultura del burnout – Si confonde la performance continua con il vero progresso.
- Motivazione fragile – Di fronte agli ostacoli, si risponde con panico anziché discernimento.
La dinamica Scopo-Risultati: un nuovo modello di leadership
Invece di considerare i risultati come la sola misura del successo, i leader guidati dal Purpose coltivano una relazione dinamica tra scopo e risultati. Ecco come:
1. I risultati come tappe, non come traguardi finali
I leader orientati al Purpose vedono i risultati come indicatori lungo la strada, non come destinazioni. Mantengono obiettivi più alti e ampi, facendo sì che eventuali battute d’arresto alimentino adattamento e risposta, anziché innescare dubbi, colpevolizzazioni o reazioni impulsive.
Questo mindset crea una cultura di apprendimento anziché una paura del fallimento.
2. Il Purpose come fonte di energia
Se i risultati forniscono chiarezza, il Purpose offre resistenza e significato.
I team guidati da leader orientati ad uno scopo sono intrinsecamente motivati, resilienti nell’incertezza e capaci di sostenere alte performance — perché il loro lavoro è connesso a qualcosa di più profondo dei soli risultati.
3. Dal panico da performance al flusso guidato dal Purpose
La dipendenza dai risultati alimenta una leadership guidata dall’ansia, dove il successo è misurato dalla validazione esterna.
La leadership guidata dal Purpose favorisce invece un flusso in cui i team operano con profondo coinvolgimento, allineamento e chiarezza. Il risultato? Performance elevate e sostenibili, maggiore creatività e un’esperienza di leadership più appagante.
Accogliere i risultati mancati come insight strategici
Cosa accade quando un obiettivo critico non viene raggiunto?
La differenza tra un leader guidato dai risultati e un leader orientato al Purpose sta nella risposta.
- I leader guidati dai risultati reagiscono con urgenza, stress, colpa, dubbi o il bisogno di dare prova di sé stessi — spesso raddoppiando strategie rigide.
- I leader guidati dal Purpose si fermano, riflettono e si riconnettono con il proprio scopo — vedendo il risultato mancato come un segnale, non come una condanna. Estraggono insight, rivedono l’approccio e mantengono la spinta guidata dal Purpose.
I leader orientati al Purpose non solo definiscono gli obiettivi, bensì creano cultura, favoriscono un clima energico e positivo e generano un impatto significativo.

L'importanza del Purpose è un tema sempre più discusso nelle aziende moderne perché appare chiaro che non si tratta di un concetto astratto, ma rappresenta una forza tangibile che può trasformare intere organizzazioni, influenzando decisioni strategiche, cultura aziendale e la crescita personale dei dipendenti. Attraverso interviste con manager e leader aziendali all'interno del format intitolato “Purpose Pioneers Series”, Darren Rudkin, founder di The Mind At Work, esplora come il Purpose stia cambiando la percezione del lavoro e delle dinamiche nelle imprese, dalle decisioni strategiche fino alle interazioni quotidiane.
Consapevolezza ed esperienza: le chiavi del successo
Comprendere come il Purpose possa influenzare le decisioni aziendali è essenziale per qualsiasi leader moderno. Questa consapevolezza permette di creare una connessione tra la nostra vita personale e professionale, rendendo le decisioni più autentiche e mirate: “Servono consapevolezza ed esperienza – spiega Federico Frattini, Dean di POLIMI Graduate School of Manegement – Non siamo tipicamente consapevoli dei meccanismi che avvengono nella nostra mente quando si tratta di prendere decisioni sul posto di lavoro. Lasciamo spesso le nostre emozioni e valori fuori dalla porta quando entriamo in ufficio. Comprendere e sperimentare come il Purpose influisca su di noi è essenziale per acquisire una forza che ci permetta di affrontare le sfide quotidiane”.
Il Purpose opera in profondità e, per questo motivo, bisogna prestare attenzione a come lo stato d'animo possa influenzare l'efficacia delle decisioni aziendali. In questo modo si può agire in maniera più propositiva, aumentando la coesione del team: “Quando noi come team siamo concentrati – commenta Carsten Egeriis, CEO di Danske Bank – in uno stato in cui siamo consapevoli del Purpose, i livelli di energia, l'efficienza, l'efficacia, come gli altri ci vedono, è senza paragoni. Abbiamo più energia, ma se fosse facile tutti lo farebbero. Invece è qualcosa su cui devi investire continuativamente, in cui puoi migliorare sempre di più”.
Hermann Niebuhr, un artista che si esprime attraverso i suoi dipinti, offre un parallelo tra l'arte e il business. Nel paragonare il processo decisionale in azienda alla creazione artistica, dove ogni scelta influenza la successiva, il Purpose ben definito permette di prendere decisioni che non solo risolvono problemi immediati, ma aprono anche nuove possibilità. "I dipinti – spiega – sono una serie di decisioni. Un Purpose chiaro ci permette di prendere decisioni espansive che risolvono problemi futuri e creano nuove opportunità".
Espansione delle possibilità: il ruolo del Purpose nelle decisioni
Nel corso delle sue interviste, Darren Rudkin nota che i leader aziendali sono molto addestrati a concentrarsi sui problemi delle diverse realtà e non sono altrettanto pronti a concentrarsi su sé stessi e a comprendere quanto sono connessi nel raggiungimento di uno scopo. “In molte occasioni – aggiunge Caoire Blakemore, Group Director A.F. Blakemore & Son – si tratta anche di essere davvero onesti su qual è lo scopo, perché a volte può essere uno scopo molto limitato. Si tratta di essere propositivi, ma anche di essere consapevoli di qual è il tuo proposito e come si collega a quello più grande”.
Quello che emerge con sempre maggiore chiarezza è come il Purpose sia un catalizzatore di cambiamenti positivi che va oltre la semplice missione aziendale, influenzando profondamente le decisioni e la cultura organizzativa. Attraverso la consapevolezza e la connessione con il proprio Purpose, le aziende possono non solo migliorare la loro performance ma anche creare un impatto duraturo e significativo nelle comunità in cui operano. Gary Lubner, ex CEO di Belron International, sottolinea l'importanza di essere consapevoli del proprio stato interiore per poter operare in linea con il proprio Purpose. Essere propositivi richiede disciplina e autoconsapevolezza, capacità di ascoltarsi e responsabilità di riconoscere che il nostro stato non dipende dall'esterno ma da noi stessi. “Non puoi essere – conclude Lubner – in uno stato propositivo tutto il tempo. Bisogna cercare di capire in che stato emotivo ci si trova. Se si è effettivamente disciplinati e in grado di ascoltare gli indizi, comprendere i motivi di irritazione o impazienza, allora puoi avere una leadership”. In un mondo aziendale in continua evoluzione, il Purpose si rivela quindi non solo come una risorsa strategica, ma come il vero motore di una trasformazione interna.
Il Purpose come elemento cardine della formazione manageriale
Il Purpose non è solo il motore di imprese e istituzioni. Il suo ruolo cardine è trasversale all'interno di tutta la nostra offerta formativa ed è centrale all'interno dell'International Full Time MBA. I Master e i corsi che POLIMI GSoM offre hanno nel proprio DNA la consapevolezza del ruolo crescente all'interno della società di manager, imprenditori e leader che non solo sono chiamati a guidare aziende ed enti nel modo migliore soddisfacendo i risultati economici ma anche a contribuire a dare forma ad un futuro migliore.

Negli ultimi anni, la Last-Mile Delivery – o consegna dell’ultimo miglio – è diventata uno dei temi più centrali e dibattuti nel mondo della logistica. L’aumento esponenziale dell’e-commerce, le aspettative dei consumatori in termini di rapidità e flessibilità e le sfide legate alla sostenibilità stanno trasformando profondamente le modalità con cui i prodotti raggiungono il cliente finale. La consegna non è più solo una fase operativa, ma un vero e proprio fattore competitivo strategico, in grado di influenzare la soddisfazione del cliente e la reputazione dell’azienda.
Per approfondire questi aspetti e comprendere come tecnologie emergenti e nuove competenze stiano ridefinendo il settore, abbiamo intervistato Arianna Seghezzi, Direttrice dell’International Full-Time MBA di POLIMI Graduate School of Management, esperta dei processi di innovazione nella supply chain e nella logistica dell’ultimo miglio.
Che cosa si intende esattamente per Last-Mile Delivery e perché questo tema è diventato così centrale nella logistica moderna?
La Last-Mile Delivery, o consegna ultimo miglio, rappresenta l’ultimo tratto della fase di consegna: quella in cui gli ordini effettuati online vengono recapitati al cliente finale, a casa o presso un punto di ritiro selezionato. Tradizionalmente, questa attività è svolta tramite van che partono dall’ultimo nodo della rete distributiva dei corrieri e percorrono i cosiddetti delivery tour, toccando in sequenza diverse destinazioni.
La centralità della Last-Mile Delivery nella logistica moderna si fonda su due dimensioni fondamentali. Da un lato, l’esplosione dell’e-commerce ha generato, e continua a generare, un incremento dei volumi di pacchi da consegnare, rendendo questa fase della distribuzione sempre più cruciale per garantire un servizio rapido, preciso ed efficiente. Dall’altro lato, la consegna ultimo miglio è il momento di contatto diretto con il cliente finale: è qui che si concretizza l’esperienza d’acquisto. La qualità e la puntualità del servizio incidono in modo determinante sulla soddisfazione e sulla fidelizzazione del consumatore. Per questo, oggi, la Last-Mile Delivery è una leva strategica per la competitività delle imprese e al tempo stesso un processo complesso da gestire, non solo per motivi economici, ma anche per il suo impatto sulla sostenibilità ambientale.
Quali sono le principali complessità e criticità che rendono la Last-Mile Delivery una fase particolarmente sfidante?
Le sfide principali riguardano sia l’efficacia, cioè la qualità del servizio al cliente, sia l’efficienza, quindi il contenimento dei costi operativi. Dal punto di vista dell’efficacia, i clienti online sono oggi estremamente esigenti: si aspettano consegne sempre più rapide e puntuali, spesso senza voler sostenere costi aggiuntivi. La gratuità della spedizione è infatti ormai percepita come uno standard, ma questo rende ancora più sfidante per le aziende raggiungere livelli di servizio elevatissimi mantenendo al tempo stesso la sostenibilità economica.
Sul piano dell’efficienza, la Last-Mile Delivery è la parte più costosa della catena logistica: può arrivare a incidere fino al 50% del costo totale di distribuzione. Questo perché gli ordini online sono spesso frammentati, composti da pochi articoli e destinati a punti geografici dispersi. Si genera così un problema logistico completamente nuovo rispetto alla distribuzione tradizionale, con un’elevata variabilità e una scarsa standardizzazione delle unità di consegna.
Un’ulteriore criticità introdotta dalla Last-Mile delivery è rappresentata dalle cosiddette failed deliveries, ovvero le consegne mancate a causa dell’assenza del cliente al momento dell’arrivo del corriere. Ogni consegna fallita implica un nuovo tentativo, aumentando tempi, costi e impatti ambientali.
Tutti questi elementi, tra gli altri, rendono la Last-Mile Delivery una delle fasi più complesse e sfidanti dell’intera supply chain moderna.
Guardando all’evoluzione del settore, quali sono oggi i principali trend che stanno impattando la Last-Mile Delivery e in che modo tecnologie e soluzioni emergenti stanno contribuendo a ottimizzarlo?
Proprio per rispondere a queste complessità, gli operatori del settore stanno sperimentando approcci innovativi e soluzioni tecnologiche sempre più diversificate. Tra le più diffuse troviamo i parcel locker, armadietti automatici che consentono al cliente di ritirare autonomamente il proprio pacco in qualsiasi momento, riducendo il problema delle consegne mancate (ma anche aumentando drasticamente la densità di consegna). Si stanno diffondendo anche le cargo bike, biciclette a pedalata assistita dotate di vani di carico, ideali per le aree urbane o per le zone con accesso limitato ai veicoli tradizionali.
Accanto a queste soluzioni, stanno emergendo tecnologie più avveniristiche come i droni per la consegna aerea, e i robot autonomi che percorrono marciapiedi e aree pedonali per recapitare i pacchi. Un’altra innovazione interessante è la in-trunk delivery, che consente di lasciare il pacco direttamente nel bagagliaio dell’auto del cliente grazie a sistemi GPS e sensori intelligenti.
Tutte queste soluzioni, per quanto diverse tra loro, condividono un tratto comune: la centralità dell’innovazione tecnologica. Dall’intelligenza artificiale per l’ottimizzazione dei percorsi, fino ai sistemi di automazione e robotica, la tecnologia sta trasformando radicalmente il paradigma della Last-Mile Delivery, rendendola più efficiente, sostenibile e centrata sul cliente.
Dal punto di vista delle competenze: quali conoscenze sono ormai imprescindibili per lavorare efficacemente in questo settore? E in che modo POLIMI Graduate School of Management supporta la formazione di manager e professionisti preparati in questo ambito?
Le sfide della Last-Mile Delivery richiedono oggi una combinazione di competenze operative e tecnologiche. Da un lato, la complessità dei processi impone solide capacità di problem solving e un mindset analitico capace di interpretare dati complessi, ottimizzare i flussi e gestire in modo dinamico le variabili che incidono su tempi, costi e qualità del servizio. Dall’altro, l’evoluzione tecnologica del settore richiede una spiccata propensione all’innovazione e la conoscenza delle principali soluzioni digitali e automatizzate che stanno rivoluzionando la logistica.
In questo senso, POLIMI Graduate School of Management forma manager e professionisti in grado di affrontare entrambe queste sfide. Grazie al legame con il Politecnico di Milano, la scuola integra una solida formazione tecnica con un approccio manageriale aperto all’innovazione. I percorsi didattici promuovono la conoscenza e l’applicazione concreta di strumenti come l’intelligenza artificiale, la robotica e più in generale l’automatizione, preparando figure capaci di combinare rigore analitico e creatività progettuale.
L’obiettivo è sviluppare professionisti completi, pronti a guidare la trasformazione della Last-Mile Delivery verso un futuro più efficiente, sostenibile e tecnologicamente avanzato.

Nel dibattito contemporaneo sull’innovazione, poche parole chiave sono evocative quanto “design thinking” e “sostenibilità”. Due concetti spesso trattati separatamente, ma che oggi si intrecciano in modo sempre più profondo, dando vita a una nuova visione di impresa e di progresso. La crescente urgenza di affrontare le sfide ambientali e sociali ci impone di ripensare il modo in cui innoviamo: non più con approcci lineari e predittivi, ma attraverso metodi capaci di accogliere la complessità, valorizzare la creatività e generare impatto positivo a lungo termine.
È qui che entra in gioco il design thinking. Nato come metodo per progettare esperienze utente efficaci e prodotti funzionali, oggi questo approccio si è evoluto fino a diventare uno strumento potente per affrontare problemi sistemici. Quando applicato in modo consapevole, il design thinking non è più solo una tecnica, ma un modo di guardare il mondo, di porsi le domande giuste, di ripensare i modelli di business per rispondere a bisogni reali, anziché generarne di fittizi. Diventa così un alleato strategico nell’innovazione sostenibile.
In questo contesto, il ruolo del purpose – inteso come direzione valoriale profonda dell’impresa – e la formazione di manager capaci di coniugare sensibilità ambientale e visione imprenditoriale assumono un’importanza cruciale. Per esplorare a fondo questi temi, abbiamo intervistato Stefano Magistretti, Direttore del Master in Entrepreneurship and Design for Sustainability di POLIMI Graduate School of Management.
Secondo il World Economic Forum, la transizione verso modelli di business sostenibili potrebbe generare opportunità per oltre 10 trilioni di dollari l’anno e creare 395 milioni di posti di lavoro entro il 2030. Come possiamo cogliere al meglio queste opportunità nel campo dell’innovazione sostenibile e del design thinking? Può farci degli esempi?
Torno indietro di circa vent’anni, al TED Talk di Tim Brown – uno dei padri del design thinking – quando affermava che il design non può più limitarsi all’estetica, ma deve occuparsi di problemi complessi e rilevanti. L’opportunità è enorme, ma ciò che conta davvero è capire come possiamo contribuire in modo concreto alla sostenibilità, senza rincorrere cifre, ma costruendo visioni solide e impattanti. Il punto centrale è che il design thinking, se usato in modo consapevole, può aiutarci a intercettare problemi autentici, evitando di progettare soluzioni inutili o ridondanti. È un cambio di prospettiva importante. Se utilizziamo il design thinking solo perché “va di moda”, rischiamo di produrre innovazione di superficie, mentre se lo adottiamo con l’obiettivo di indagare in profondità i bisogni reali – ambientali, sociali, economici – allora può diventare un vero catalizzatore di sostenibilità.
Nel design thinking, il concetto di “framing e reframing” è fondamentale: significa imparare a porsi le domande giuste, a mettere in discussione le premesse, a capire se il problema che vogliamo risolvere è davvero il problema centrale o solo un sintomo. Questo processo critico ci aiuta a evitare derive consumistiche – come l’introduzione di un nuovo prodotto solo perché c’è una richiesta apparente – e ci porta invece a soluzioni essenziali, semplici, e realmente funzionali.
Ci sono esempi di aziende che hanno puntato su un’offerta ridotta, trasparente, semplificata: invece di centinaia di combinazioni di prodotto, hanno scelto pochi modelli standardizzati. Questo non solo ha ridotto la complessità industriale, ma ha anche abbattuto il carico ambientale e migliorato l’esperienza dell’utente. Scegliere di fare meno ma meglio, in un’epoca di iper-personalizzazione, è un atto di coraggio imprenditoriale. È una visione strategica che guarda alla sostenibilità come leva di valore.
Quali metodologie e strumenti sono necessari per trasformare queste visioni in progetti concreti e in imprese capaci di coniugare sostenibilità ambientale e redditività? In che modo il design thinking può guidare lo sviluppo di soluzioni innovative che abbiano un impatto positivo sulla società e sul pianeta?
Il primo passo è includere il pianeta come uno degli “human” del sistema. Sembra una provocazione, ma non lo è: il pianeta, come ogni utente, può essere osservato. Non parla, ma comunica attraverso dati, evidenze, impatti. Rappresenta uno “stakeholder” del progetto di design thinking. Se iniziamo a considerare anche le risorse naturali come attori del nostro ecosistema progettuale, introduciamo dei vincoli che – lungi dall’essere ostacoli – diventano catalizzatori di innovazione. Il design thinking può aiutarci a leggere questi vincoli non come limitazioni, ma come stimoli creativi.
Quando progettiamo tenendo conto delle risorse scarse, dei limiti ambientali, della sostenibilità sociale, non possiamo più permetterci soluzioni “standard”. Dobbiamo immaginare nuove configurazioni di valore. Se, ad esempio, una determinata soluzione richiede un alto impiego di terre rare, ma queste sono difficili da reperire o il loro sfruttamento ha un impatto devastante, il design thinking ci invita a cercare alternative sostenibili, a ripensare il modello di business, a innovare anche nelle fondamenta.
Dal punto di vista metodologico, non esiste una ricetta unica. La vera chiave è nella capacità di farsi le domande giuste. In aula lo ripeto spesso: se esistesse un metodo infallibile, saremmo tutti milionari nel settore della sostenibilità. La realtà è che servono consapevolezza, visione e una forte connessione con i valori. Alcune aziende hanno fatto del benessere dei dipendenti o della bellezza degli ambienti di lavoro il proprio purpose, accettando di spendere di più per creare valore reale e duraturo. Questo tipo di coerenza si trasmette nei prodotti, nei servizi, nel modo in cui l’azienda si relaziona al mondo. E nasce da una domanda: “Che impatto voglio avere?”. Il design thinking ti aiuta a trovare risposte.
Come si può costruire una mentalità imprenditoriale che veda nella sostenibilità non un limite, ma un’opportunità di valore da cogliere attraverso il giusto approccio al design thinking? Quali strategie formative possono aiutare a sviluppare questo tipo di mindset e purpose nelle nuove generazioni?
La sostenibilità non deve essere vissuta come un problema da risolvere, ma come un terreno fertile per generare opportunità. In aula cerchiamo di cambiare la narrativa, spostando l’attenzione dal rischio alla possibilità. Non si tratta solo di spiegare l’impatto negativo delle risorse esauribili, ma di chiedersi: “Quale nuova soluzione possiamo creare per affrontare questo problema in modo sostenibile?”. È un modo diverso di insegnare, che stimola creatività e responsabilità.
In POLIMI Graduate School of Management, lavoriamo molto sul concetto di purpose e sulla formazione di una mentalità imprenditoriale sostenibile. Organizziamo cicli di incontri con imprenditori e manager che hanno fatto del purpose il cuore della loro azienda. Li chiamiamo “Purpose Pioneers”. Alcuni lavorano sulla bellezza, altri sulla missione sociale, altri ancora sulla trasparenza e l’inclusione. I nostri studenti – junior e senior – ascoltano queste storie, si confrontano, si pongono domande, iniziano a immaginare un loro percorso.
Nel nostro Master in Entrepreneurship and Design for Sustainability, gli studenti partecipano inoltre a sfide globali come ChangeNOW e Climate Fresk. Sono esperienze pratiche che li mettono alla prova su problemi reali, su scala internazionale. Non si tratta solo di apprendere metodologie, ma di allenare il mindset: saper affrontare l’incertezza, ragionare in modo sistemico, lavorare in team multidisciplinari. Tutto questo costruisce consapevolezza e visione.




