A cura di Vittorio Chiesa, Presidente di POLIMI Graduate School of Management e Direttore del Master in Energy Management
La politica climatica europea sta entrando in una fase di realismo. Dopo anni in cui il dibattito si è concentrato soprattutto sull’alzare l’asticella degli obiettivi, oggi la questione centrale è come raggiungerli senza compromettere la tenuta del sistema produttivo. La Legge Europea sul Clima conferma la rotta verso la neutralità climatica al 2050, con tappe intermedie ambiziose: -55% di emissioni nette al 2030 e -90% al 2040 rispetto al 1990. Numeri che raccontano la portata della sfida: in trentacinque anni l’Europa ha ridotto le emissioni del 37%, e nei prossimi cinque servirà un’ulteriore e rapida accelerazione.
Le recenti modifiche approvate dal Parlamento europeo alla Legge UE sul Clima introducono però nuovi margini di flessibilità. Dal 2036 una quota limitata delle riduzioni potrà provenire da crediti di carbonio internazionali di alta qualità, legati a Paesi impegnati sugli obiettivi climatici. È stato inoltre rinviato al 2028 l’avvio del nuovo sistema di scambio delle emissioni per trasporti, residenziale e piccola industria: segnali di un clima politico più prudente, in linea con le revisioni del momento seguite all’elezione di Trump negli USA, e che riflette una preoccupazione diffusa per la competitività delle imprese europee, gravate anche dal costo della CO₂.
Il problema della competitività è reale, ma ridurre l’ambizione climatica non risolve il nodo di fondo. In questi anni l’Europa ha definito target e vincoli senza affiancarvi una politica industriale altrettanto solida. Si sono indicati i traguardi, ma non sempre si sono costruiti gli strumenti per accompagnare gli investimenti necessari. Da qui nasce parte del malessere industriale e la percezione di un carico sproporzionato rispetto ad altre aree del mondo.
Un’ultima considerazione, ma forse quella più importante, in relazione al rapporto tra transizione energetica e competitività: la transizione energetica per il nostro paese significa rafforzare l’indipendenza energetica. Se da una parte è evidente la crescente importanza di questo aspetto nell’attuale contesto geopolitico, dall’altra è divenuta esigenza non procrastinabile la riduzione dei costi dell’energia per le imprese. E la transizione ne è lo strumento principale.
L’Italia offre quindi un esempio interessante in tema di transizione. Dopo una crescita delle emissioni dal 1990 fino al 2005, il Paese ha imboccato una discesa costante e oggi registra oltre il 40% di riduzione rispetto al 1990. Tuttavia, il ritmo non basta: dal 2005 la riduzione media è stata di circa 12 milioni di tonnellate di CO₂ l’anno, mentre per centrare gli obiettivi del 2030 servirebbe superare i 20 milioni. Il trend è positivo e indica che le politiche funzionano, ma l’accelerazione richiesta è notevole. Il tutto, tenuto conto che una parte del calo si intreccia con fenomeni di deindustrializzazione, che non rappresentano certo una strategia di sviluppo.
Le direttrici della transizione sono chiare. Più rinnovabili nella produzione elettrica, maggiore efficienza energetica e soprattutto elettrificazione dei consumi. Elettrificare significa usare energia elettrica al posto dei combustibili fossili per il calore e i trasporti: pompe di calore alimentate elettricamente e mobilità elettrica al posto dei carburanti petroliferi. Il dibattito sull’auto elettrica è acceso e coinvolge il futuro dell’industria automobilistica europea, ma se l’obiettivo è ridurre in modo strutturale le emissioni, l’elettrificazione resta la leva principale. I biocarburanti possono dare un contributo, ma non rappresentano la soluzione sistemica.
Il quadro cambia nei settori industriali hard-to-abate, come acciaio, cemento, vetro e ceramica, dove servono temperature molto elevate e l’elettricità non è facilmente sostituibile ai combustibili fossili. Come sottolineato dall’ultimo report dell’Osservatorio Zero Carbon Technology Pathways dell’Energy & Strategy Group della School of Management del Politecnico di Milano, qui entrano in gioco due grandi opzioni: cattura della CO₂ e idrogeno.
Le tecnologie di cattura della CO₂ sono numerose, più di ottanta quelle già mappate, e permettono di intercettare le emissioni prima che arrivino in atmosfera. La CO₂ può essere stoccata, per esempio in miniere esaurite o in formazioni geologiche sottomarine, oppure riutilizzata in alcuni processi industriali. Le criticità però sono significative: costi elevati, maggiori consumi energetici degli impianti dotati di sistemi di cattura, esigenze di spazio e soprattutto la necessità di infrastrutture e modelli organizzativi chiari. Si possono immaginare una rete nazionale di trasporto della CO₂ oppure soluzioni locali nei distretti industriali concentrati. Ma lo sviluppo richiede che venga definita una traiettoria. In relazione allo stoccaggio in Italia è in sviluppo un grande progetto di stoccaggio nell’area di Ravenna che, a regime, potrebbe trasformare il Paese in un hub di riferimento per il Sud Europa.
L’idrogeno rappresenta l’altra frontiera. Può sostituire il gas naturale in vari processi, soprattutto se prodotto da rinnovabili. Il cosiddetto idrogeno verde, però, è ancora molto più costoso delle alternative tradizionali. Anche qui la sfida è rendere sostenibile il modello economico.
Accanto a tecnologie e norme, la transizione richiede un cambiamento culturale. Servono competenze capaci di unire tecnica, gestione ed economia. Le imprese energetiche non vendono più solo commodity, ma servizi: efficienza, rinnovabili, mobilità elettrica, soluzioni innovative per i clienti. Questo implica nuove unità organizzative e nuove professionalità, in grado di valutare investimenti, rischi e modelli di business.
La formazione diventa quindi strategica. Percorsi dedicati all’energy management, alimentati da attività di ricerca continuativa sul settore energetico e sviluppati in collaborazione con le imprese, sono la via da seguire per creare queste figure ibride, tecniche e manageriali insieme. È un lavoro di lungo periodo, ma indispensabile per vincere la sfida della decarbonizzazione e raggiungere, senza più proroghe, gli obiettivi della Legge Europea sul Clima.
In questa prospettiva si inserisce l’impegno formativo di POLIMI Graduate School of Management, che da anni propone programmi dedicati, come il Master in Energy Management e il Programma Executive in Energy Management. Alla base di queste iniziative vi è un intenso lavoro di ricerca portato avanti dall’Energy & Strategy Group del Politecnico di Milano, attivo da quasi vent’anni e autore di oltre cento rapporti, sviluppati in collaborazione con circa centoventi imprese ogni anno. Un contributo per leggere il presente e dare una prospettiva concreta al futuro della transizione energetica.

