Purposeful Careers | Scopri il percorso di Martina Lascialfari tra inclusione digitale e impatto sociale
In questo nuovo capitolo di Purposeful Careers incontriamo Martina Lascialfari , Direttrice Generale del Fondo per la Repubblica Digitale Impresa Sociale, studentessa dell’ Executive MBA Part-Time Roma , che ci accompagna in un percorso professionale in cui competenze, inclusione e trasformazione digitale si intrecciano per generare impatto. Nel suo racconto emerge con chiarezza una convinzione maturata nel tempo: l’ accesso alla formazione e alle competenze non è solo una leva di sviluppo economico, ma un modo concreto per ampliare le opportunità e ridurre le disuguaglianze . A partire dall’esperienza nel non profit fino alla guida di un’organizzazione in continua evoluzione, il suo percorso restituisce una visione in cui tecnologia, relazioni e responsabilità si incontrano per creare valore e nuove possibilità. Una direzione che l’Executive MBA ha contribuito a rafforzare, offrendo strumenti per leggere la complessità, prendere decisioni in contesti incerti e contribuire con maggiore consapevolezza alla trasformazione digitale. Nel tuo percorso professionale, quando hai compreso che upskilling e reskilling non erano solo strumenti di sviluppo economico, ma vere leve di inclusione e partecipazione sociale? C’è stato un momento, un progetto o un incontro che ha reso questo legame particolarmente evidente per te? La consapevolezza che le competenze siano una leva di inclusione e non solo di sviluppo economico non è arrivata in un momento solo, è stata un percorso, una convinzione che ho maturato nel tempo e che ha orientato ogni mia scelta professionale. Già quando lavoravo a Trieste e mi occupavo di finanza agevolata e consulenza alle imprese, quello che mi interessava davvero era capire come una piccola attività potesse innovarsi, migliorare, avere una strategia di lungo periodo, avere un impatto concreto sul territorio e sulla comunità in cui operava. Nel suo libro “Fare i manager rimanendo brave persone” Giuseppe Morici dice “le aziende non sono soggetti economici con una responsabilità sociale, ma soggetti sociali con una responsabilità economica”. Una distinzione apparentemente sottile, ma che cambia tutto, è un modo preciso di guardare il mondo. è stata quella convinzione a indicarmi la direzione. Così ho scelto il non profit perché volevo mettere le mie energie e la mia passione al servizio del bene comune, attraverso progetti di empowerment rivolti soprattutto ai giovani a rischio di povertà educativa. Così ho capito quanto l'accesso alla conoscenza e alla formazione sia una questione di giustizia, prima ancora che di opportunità. Approfondire il mondo del digitale è stata una scelta. Il digitale non è meramente una questione tecnologica, riguarda la nostra vita sociale e culturale, riguarda i nostri diritti di cittadinanza. è un fattore abilitante e come tale, escludere qualcuno dalla trasformazione digitale significa escluderlo dalla partecipazione piena alla società. Lavorando sul campo ho incontrato le persone che i nostri progetti cercavano di raggiungere, anziani esclusi dai servizi digitali, giovani senza accesso a strumenti o orientamento, donne che non si sentivano “abbastanza” per certi percorsi di formazione o carriera. Ho capito che il gap digitale non è mai solo in termini di competenze tecniche, è mancanza di fiducia, di accesso, di consapevolezza, di narrazione su chi 'merita' di stare dentro la trasformazione digitale. Quando ho visto questo con chiarezza, ho capito dove volevo stare e perché. Qual è stata la sfida più complessa che hai affrontato nel trasformare una visione valoriale – la riduzione delle disuguaglianze digitali – in un modello operativo solido, misurabile e sostenibile che coinvolgesse pubblico, privato e Terzo settore? Innanzitutto, parlerei di opportunità. Contribuire alla nascita del Fondo per la Repubblica Digitale e poi assumerne la direzione è stata una grande occasione, di carriera ma anche di realizzazione personale. La mission del Fondo rispecchia pienamente la mia, ovvero contribuire a migliorare la vita di chi è più fragile, in particolare far sì che la trasformazione digitale sia un processo equo e inclusivo, grazie all'acquisizione di competenze. Mi fa piacere pensare di fare davvero qualcosa che serva nel paese reale , per parafrasare una canzone di uno dei miei gruppi rock preferiti. Ma per far funzionare bene un'organizzazione non basta questo. Serve una strategia chiara, un piano operativo solido, un team affidabile ed entusiasta. E serve anche il coraggio di cambiare alcuni meccanismi e accettare nuove sfide. C'è una dimensione del lavoro al Fondo che non emerge sempre quando se ne parla dall'esterno, quella di costruire un'organizzazione mentre la si fa funzionare. Il Fondo è nato come una startup, un’organizzazione nuova, senza processi consolidati, con un team da sviluppare, tutto da costruire insomma. Definire le funzioni, disegnare i flussi di lavoro, capire come prendere decisioni in modo efficace, tutto ciò è stato fatto in itinere, con un approccio agile , sperimentando e correggendo la rotta quando qualcosa non funzionava come previsto. Il team è composto in gran parte da persone giovani, e questo ha rappresentato insieme una risorsa e una responsabilità. Persone motivate, partecipi, disposte a mettersi in gioco, che avevano però bisogno di un contesto chiaro in cui farlo. Costruire quella chiarezza, senza trasformarla in rigidità, è stata una sfida importante. L'obiettivo era che ciascuno si sentisse parte attiva dei processi, non semplice esecutore di decisioni prese altrove. Allo stesso tempo, era necessario costruire credibilità verso l'esterno su due fronti molto diversi: da un lato i soggetti promotori — il Governo e ACRI — che hanno riposto fiducia in un progetto ambizioso; dall'altro le organizzazioni destinatarie delle risorse, che dovevano riconoscerci come un interlocutore serio e affidabile. Questo ha richiesto tempo, coerenza e interazione costante. Una delle sfide più complesse è stata poi costruire un modello che fosse davvero di sistema. Il Fondo lavora oggi con oltre 1.300 organizzazioni attive su tutto il territorio nazionale. La forza di questo ecosistema sta nella sua eterogeneità: enti del Terzo settore, istituzioni pubbliche e aziende private che lavorano insieme. Questo dialogo tra mondi diversi genera qualcosa che nessuno dei singoli attori potrebbe produrre da solo, un mosaico capace di intercettare i target più fragili, accompagnarli nella formazione e nell’orientamento, e aprire loro strade verso il lavoro. è quella che chiamiamo ibridazione positiva, uno scambio di visioni, linguaggi e processi che produce soluzioni innovative ad alto impatto. Infine, in termini di coraggio, per far crescere un’organizzazione credo sia fondamentale accogliere nuove sfide e avviare nuove collaborazioni, senza aver paura di fallire, sapendo di poter contare su una mission chiara e un team che si impegna con responsabilità. Un approccio che ci ha dato ragione. Dall’inizio della sua operatività l’Impresa sociale ha attratto oltre 4,5 milioni di euro di risorse aggiuntive mobilitate grazie a partnership private, incluse realtà filantropiche globali. Questo è il segnale che il modello è riconosciuto come credibile e autorevole ben oltre i confini nazionali. Poter catalizzare risorse internazionali per convogliarle efficacemente sul territorio italiano, restando fedeli alla mission, è forse la conferma più concreta che la coerenza tra valori e operatività fa la differenza. Oggi il tuo Purpose si esprime nel generare autonomia attraverso le competenze. Guardando al tuo percorso, anche alla luce dell’Executive MBA che stai svolgendo, quali skill hai sviluppato che ti hanno permesso di rendere davvero abilitante la tecnologia e costruire una carriera allineata ai tuoi valori? Ho imparato che per rendere davvero abilitante la tecnologia devi prima di tutto capire le persone, i loro bisogni, le loro resistenze, il contesto in cui vivono. Questa capacità di ascolto e di lettura sistemica è la competenza che più mi ha accompagnata nel tempo. Ma c'è qualcosa che solo l'esperienza insegna, e che nessun manuale descrive davvero bene: l'intelligenza situazionale. La capacità di leggere il contesto, di capire le dinamiche non dette, di intuire quando spingere e quando aspettare. In un lavoro che si costruisce sulle relazioni, con interlocutori molto diversi tra loro - istituzioni, fondazioni, aziende, organizzazioni del territorio - questa sensibilità è spesso più determinante di qualsiasi competenza tecnica. Altrettanto importante, le relazioni non sono un effetto collaterale del lavoro, sono una parte fondamentale del lavoro. Costruirle con cura, mantenerle nel tempo, alimentarle con coerenza tra quello che dici e quello che fai. è grazie a questa capacità che siamo riusciti ad attrarre risorse aggiuntive significative, perché le persone e le organizzazioni con cui ci siamo relazionati hanno scelto di credere nel progetto e in chi lo rappresenta. La fiducia, quando è solida, porta con sé altre persone, altre competenze, altre risorse. Quando ho assunto la direzione generale ho sentito però che tutto questo non bastava. Avevo bisogno di rafforzare la capacità di leggere i dati, di prendere decisioni in condizioni di incertezza, di costruire una visione strategica che fosse anche sostenibile sul piano finanziario. L'Executive MBA di POLIMI Graduate School of Management è arrivato in quel momento, quasi inevitabilmente. La scelta poi del Major in AI and Data Driven Business Transformation non è stata casuale: voglio essere in grado di guidare l'organizzazione nella prossima fase della transizione digitale con strumenti all'altezza della sfida. Quello che sto imparando in POLIMI GSoM mi sta dando strumenti per stare dentro la complessità con più consapevolezza. E in un momento di trasformazione così accelerata, la consapevolezza è forse la risorsa più preziosa che un leader possa avere.
06/07/2026 | Durata: 5 min
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